| SAFARI TOUR 2008 (la forma del cerchio)
Autore: BdF
il 5 luglio riparte il SAFARI TOUR 2008.Qui sotto troverete una
analisi/recensione/racconto dello show fatta da un maestro musicista di
quella che un tempo si chiamava avanguardia e che oggi non ha più un
nome (e meno male!).Tempo di lettura dai 5 minuti a 5 mesi.
La forma del cerchio
Guardo l'interno del palazzetto che tra un poco si riempirà di persone
desiderose che si aspettano ma non sanno, alcune hanno immaginato,
altre desiderato profondamente, altre con motivazioni e pensieri altri;
la presenza della tecnologia è sempre affascinante, minacciosa, solida
in mostra o celata nell'anonimato.
Inizia lo spettacolo con uno strano effetto di doppio voyerismo: un
buco della serratura condiviso, porta migliaia di paia d'occhi
all'interno del camerino, da dove un'altra dozzina si affaccia nel
ventre della sala gremita.
Il concerto inizia così con questo piccolo svelamento anticipato: noi
siamo qui dentro ed ora veniamo la fuori, ma in un certo senso quel
fuori enorme si è già affacciato ed accomodato nel piccolo spazio
esterno, sfondando la bidimensionalità dello schermo, sovrapponendo
così luogo e spazio, vale a dire ciò che si abita a ciò che ci colloca
e ci contiene (pur, sembra a volte, senza confini).
Viene così rinominata ed elevata ad identità nuova l'anonimato di un
contenitore qualsiasi (il palazzetto) che qualsiasi cosa diventa
rispetto a ciò che ci si mette dentro: nel nostro caso lo spazio
diventa luogo.
Questa faccenda non è da poco, infatti lo spostamento percettivo in
atto, sfonda l'imposizione mediatica del "guardare i fatti degli altri"
verso il visitare/accogliere l'artista, che viene virtualmente
prelevato dal camerino e fatto entrare nello spazio della performance,
che in quel momento si trasforma in luogo abitato, sede quindi di
intimità affettiva personale e collettiva: il mostrarsi dal camerino è
richiesta di accoglienza e di riparo, permesso di visita, domanda di
nutrimento.
Il mondo accoglie l'ospite viaggiatore ramingo: non sono andato a
vedere/sentire un concerto, ma ho aperto un luogo diventato
improvvisamente mio, alla sosta del viandante che suonando per me è
portatore e testimone della mia gioia ad un tempo.
Quindi l'entrata in scena dei musicisti e del novello "capocomico"
perde la forma della ritualità e della rivelazione per cedere il passo
alla convenzione laica dell'accoglienza.
Nessuno ha più voglia/intenzione di dire come stanno le cose.
Messaggi scritti ne anticipano la venuta, aforismi, informazioni
stralunate, ironia e gioco, piccoli stupori di ordini che si perdono
nella notte dei tempi (i numeri) ma che suscitano bocche sbalordite ad
uomini un poco regrediti nella ripetizione della vita quotidiana, nella
schiavitù agognata del lavoro e della produzione che sorridenti a morte
ci conduce.
Con permesso: si accomodi.
Il capocomico saluta felice ma con garbo benché a voce e denti
spiegati, senza difesa alcuna, nessuna enfasi, il passo è misurato,
educato, nessuna supponenza: ecco signori, dal mio taschino tiro fuori
la mia musica ed un pezzo della mia vita, tutto è fatto di segni e
perimetri, non c’è bisogno di raccontare nulla.
Ogni mio gesto è la forma che è.
Ecco quindi la seconda faccenda interessante, che chiameremo “la
riconquista della forma come storia di segni”, segni che generano si
scelgono e si compongono secondo una struttura da un lato sicuramente
“scelta e sofferta”, per la fisiologia del processo creativo in
quanto tale, sia però per il fatto che in qualche modo, l’immensa
quantità di informazioni, di suggestioni, elaborazioni neurali, che
abbiamo a disposizione, è improvvisamente in grado di partorire una
comunicazione che porta solo i segni che le appartengono, sfrondata e
mondata dal “rumore” della sua stessa natura.
Ogni mio gesto – e quindi ogni mia parola – è la forma che è, non a
caso l’intero concerto è fatto davvero, oltre i testi delle canzoni, di
una vera manciata di parole, traits d’union sonori anch’essi, dove il
significato risuona davvero lontano; esempio lampante è il collegamento
in tempo reale con la galassia Whirpool, migliaia di bocche spalancate
tra fiati un poco rappresi, dove basta la parola “infinito” a narrare
le migliaia e migliaia di storie che ci hanno tenuto in vita, così come
quasi tutte le altre immagini e il gioco del montaggio video che pare
fatto da un compositore, dove temi sviluppi, variazioni rispondono tra
scelta e caso a quelle “regole” formali, a quelle strutture, che ci
permettono di “percepire” il segno, la forma appunto, dove qualcuno
metterà il significato.
Il suo, proprio, intimo, profondo significato.
Il nostro “chef de rang” si è scrollato di dosso la responsabilità,
assieme all’onere ed all’onore, di dire le cose come stanno, ha creato
un cesto di vocaboli appartenenti, riconosciuti e riconoscibili, ma
privati del “pathos” della loro storia, della loro narrazione; tutti
hanno riconosciuto l’eroe smarrito davanti al carroarmato cinese nella
piazza, ma in quel momento quell’immagine era calata nel distacco dello
svelamento, era “posta in essere” senza la sua storia, benché di storia
intrisa.
Una questione di tempo, una questione di ritmo: non ho tempo/voglia di
collocare nulla se non nel suo segno, oltre la sua identità propria,
eppure proteggendo quell’immagine dal “calderone” della comunicazione
visiva, da quel suo rumore proprio di cui si diceva poco sopra.
Da quel cesto quindi, ogni abitante del luogo magico (quindi infantile)
, ha la possibilità a vari livelli di coscienza, di scegliere, di
lasciarsi trasportare, di soffermarsi, di “perdere” anche; si avvertiva
la sparizione degli accendini, di molti telefonini, di quei
comportamenti un poco standardizzati che non ce n'era bisogno, mentre i
balli e le urla, i silenzi e gli sbigottimenti, l’energia archetipica
del gruppo, tutto sembrava “funzionare” a meraviglia, sotto/nella guida
dello sciamano (che appariva e scompariva nella presenza/assenza) ma
anche nelle corrispondenze come sempre strabilianti tra caso e caos.
Ma con un altro metro, altro suono, altra identità.
Un popolo in ascolto, mente e corpo nello stesso luogo.
Nessuna evocazione, nessun “ammiccamento”, nessun mestiere: un’opera
“muta”, un opera che non vuole/mostrare nulla se non se stessa.
Pensavo agli ideogrammi cinesi, questa fantastica forma di
comunicazione dove lo stesso significante “rappresenta” lingue diverse:
in effetti la rivoluzione culturale come sarebbe potuta accadere senza
una forma così potente, così protagonista? Forse allora, la riflessione
andrebbe davvero spostata su questo “prolegomeno del mondo nuovo” che
il concerto/manifesto di Lorenzo sembra portare con se.
Ora, la riflessione diventa ampia e quasi allucinata, migliaia di
piatti su bastone girano davanti a me, li lascio girare e qualcuno
cadrà, ma curo con attenzione quello della politica, della cultura,
dell’idea del mondo che è e di quello possibile: se davvero non abbiamo
più nemici né Dio e se davvero i tentativi di “ricostruirli” paiono
mostruosamente insensati oltre che chiaramente fallimentari, le cose e
la loro forma concreta, il gesto senza il concetto (ma di pensiero
intriso), la visita e l’accoglienza, la sosta e la migrazione, quel
“cosa sei disposto a perdere” che rammenta scritto sullo schermo una
profondità che un po’ ci vuole a farla propria, non son forse forme
senza ideologia? Discorsi senza metodo? Dove il metodo è il silenzio
del discorso stesso, ciò che la sua attesa porta con sé?
E’ davvero grande la corrispondenza tra la “storia della Fortezza” e
delle persone "sconosciute" che l'hanno pensata, la storia che stiamo
vivendo e quello che questa specie di “calamita” è riuscito a mettere
assieme: Orlando è già nato e vaga tra/oltre noi e noi abbiamo
accettato di attenderlo, ancora prima di percepirlo.
E così la musica.
Come conciliare il passato con il presente, come raccontare un “ciò che
è stato” senza passare attraverso il ricordo e la memoria?
Voglio dire: io che son un patito del passato, dove sono ancor convinto
ci sia così tanto da imparare e scoprire, e dove sicuramente scivola
quel pezzo di melanconia che spero rimanga sempre nelle dosi suggerite
da Tommaso d’Acquino (ma non ne sono così certo), trovo che la mia idea
di memoria appunto vacilli meravigliosamente, quasi liberandomi,
sdoganandomi.
Come suonare una canzone di venti anni fa, oggi che vent’anni son
passati, non è un opinione, oggi che la mutazione della vita e delle
carni ha fatto di me altro da me? Come scegliere una canzone piuttosto
che un’altra? In questo caso non è così importante sapere che cosa ha
pensato l’artista, ciò diventa quasi un fatto privato, un pudore da
celare, rispetto al “risultato” ottenuto.
Sta di fatto che un successo come “A te”, che forse in altri tempi
avrebbe avuto attenzione maggiore, viene proposto quasi come un
passaggio, un gesto come un altro appunto
Dal cilindro allora, la terza faccenda interessante che pare tutto far
combaciare: se nessuna canzone racconta più, se ogni canzone racconta
la sua forma, allora si innesta ‘sto meccanismo curioso per cui, una
sorta di “livellamento emotivo”, permette ad ogni brano di mostrarsi,
esplodere nella sua “forza rinnovata/ritrovata”, per cui nulla eccelle
mentre tutto eccelle e come per le immagini, io padrone di casa di
musica invaso, decido dove collocare la mia emozione, la mia memoria,
la mia intimità: nessuno mi dice più dove far vibrare la mia anima.
L’anima ha bisogno di un luogo, diceva Plotino: forse nessuno pensava che potesse essere un palazzetto dello sport.
Tutto sta in “una messa a fuoco complessiva” che è lo spettacolo
stesso, è la drammaturgia, il teatro della comunicazione, dove “Piove”
e “l’Ombelico de mondo”, nella loro devastante diversità e lontananza,
riescono a dichiarare la loro appartenenza e la loro “motivazione”
nello stare lì, affiancate, raccolte nello stesso cesto: né prima né
dopo.
Chiaramente se nella stessa, identica, ineluttabile forma, la
differenza tra Mozart e Salieri rimane incolmabile, anche in questo
caso il gesto artistico, creativo, puro fa la differenza e tace, mette
alla berlina l’elucubrazione e la critica dell’opera d’arte.
Alla fine dello spettacolo, mi appare l’altra macro struttura della
vita che nel concerto davvero magicamente nel silenzio si mostra, come
una sonata classica bitematica: da un lato le emozioni e dall’altro i
desideri.
Sembra poca cosa, ma saper/poter scegliere per una volta dove voltare
il capo, è come respirare dopo quel lungo apnea, in quel lungo sogno
così vero che pareva vero, dove nel soprassalto del risveglio, per un
attimo quel che ero e quel che sono stanno sospesi, per un solo attimo
già dimenticato.
Una parola sulla lingua che non si riesce a pronunciare.
by Bruno De Franceschi
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